Dialogare vuol dire creare un canale di comunicazione bidirezionale tra due persone mediante il quale scambiare informazioni, opinioni e pensieri.

Quindi, è necessario che una delle due invii l’informazione e l’altra lo riceva, essendo in ascolto, dopo di che il ruolo si inverte. Se il ruolo non si inverte, allora si tratta di un monologo e non è questo il tema.

Apparentemente, tutto semplice. Apparentemente.

Diceva Plutarco : “… sono di vento i discorsi dei giovani che non sanno ascoltare e trarre profitto attraverso l’udito: discorsi oscuri ed ignoti, dispersi sotto le nubi.

Ovvero, la parte principale del dialogo sta nell’ascoltare l’altro, nel comprenderlo, non nel cercare di inviarli le informazioni. Infatti, se entrambi si dispongono all’ascolto, ciascuno recepirà le istanze altrui, ne comprenderà il messaggio, insomma. Se, viceversa, entrambi si preoccupano principalmente di inviare informazioni, saranno incapaci di ascoltare e le istanze andranno perse. Si tratterebbe non di comunicazione, ma di rumore.

Se ci sono arrivato io, può arrivarci chiunque, eppure il mondo è pieno di monologhi, ben che vada, o di chiassoso litigare. In famiglia così come nei rapporti sociali più allargati. Dobbiamo cercare di ascoltare chi ci parla, però, non di pretendere che sia l’altro ad ascoltare noi. Naturalmente.

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Arrivederci fratello mare

Ed ecco che ce ne andiamo come siamo venuti
arrivederci fratello mare
mi porto un po’ della tua ghiaia
un po’ del tuo sale azzurro
un po’ della tua infinità
e un pochino della tua luce
e della tua infelicità.
Ci hai saputo dir molte cose
sul tuo destino di mare
eccoci con un po’ più di speranza
eccoci con un po’ più di saggezza
e ce ne andiamo come siamo venuti
arrivederci fratello mare.

(Nazim Hikmet, Arrivederci fratello mare, Varna, 1951)

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Addio nonna Adi

AdigeE così te ne sei andata anche tu. Ho avuto la fortuna di vederti un paio d’ore prima di morire, e di questo sono grato a miei genitore per avermi chiamato. Ho avuto la fortuna di vedere quei tuoi occhi persi nel vuoto, di sentire il tuo affannoso respiro, gorgogliante dietro una mascherina d’ossigeno.

Ho potuto accarezzarti cercando di restituirti un po’ di quanto hai dato tu con le tue carezze a me bambino.

So che la tua mente polverizzata dal tarlo dell’ alzheimer non ha  nemmeno percepito la mia carezza, lo sapevo prima di farlo e lo sapevo mentre lo facevo. Non ti ha fatto bene, so anche questo. Ma ha fatto bene a me. E mi farà bene ancora a lungo.

Te ne sei andata, e con te anche qualche mio pezzetto, ma una parte di te, anche grazie a quella mia carezza, resterà con me. Insieme a mille altri ricordi. A quegli occhi che pian piano hanno cominciato a far vedere la paura di quello che stava succedendo alla tua mente. Al tuo modo di leggere la realtà, alle volte apparentemente distaccato, ma capace di commuoversi per una canzone, per un “Va pensiero”.

Ti abbraccio, nonna Adi.

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I nostri figli

Sono così belli e dolci i nostri piccoli figli e noi li vorremmo veder crescere il più possibile simili a noi, che peccato!
Dovremmo tentare noi di essere il più possibile simili a loro, invece.

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Cairo

Cairo, ottobre 2009

Cairo, ottobre 2009

Cosa si può capire trascorrendo un week-end di lavoro in una città della sua essenza, cioè delle persone la vivono?

Direi quasi niente. Ma ci sono comunque sensazioni, scampoli di vita catturati casualmente e fissati in immagini all’interno della nostra memoria. Obiettivamente, attraversano la città per la prima volta a bordo di un taxi, si comprende come funzionino gli incentivi alla rottamazione e dove finiscano i nostri scarti meccanici visto che gli sfasciacarrozze non traboccano: lo stato mette i soldi e qualcuno poi vende i catorci all’Egitto.

Centinaia, migliaia di questi ruderi vagano in percorsi apparentemente casuali: Fiat 127, 128, 131, 132, 1100, ma anche peugeot e renault risalenti alla stessa epoca. Che senso ha? Voglio dire, a parte finanziare le case automobilistiche, che senso ha rottamare dei ruderi in Europa per ritrovarli poco più a sud? Se c’è smog anche sull’Everest e regolarmente le nostre auto si coprono di sabbia del deserto, possibile che i prodotti tossici di quei mezzi non giungano fino a noi?

La seconda sensazione, riguarda gli abitanti. Anzi, le giovani abitanti. Oltre ai nostri scarti di civiltà moderna, abbiamo esportato anche la nostra spazzatura culturale. E così si possono osservare, a decine, ragazze dai lineamenti eccezionalmente dolci e belli, fasciate da jeans attillatissimi, dall’incedere sicuro nonostante i sette – otto centimetri di tacco ed indossando i panni delle nostre modelle anoressiche. Dove trovarle? Principalmente la sera al Sequoia, locale “in” a Zamalek proprio dove due rami del Nilo si ricongiungono, frequentato dai giovani “bene” di Cairo. Qui, queste ragazze, accompagnate da altrettanto stereotipati ragazzi, si mescolano a loro coetanee con l’ hijab. E mentre fumano il  narghilè si isolano dal mondo, intente a comporre messaggi col cellulare.

E da questo uso compulsivo non si salvano nemmeno le donne in niqab. Avrei voluto scattare una foto a tre donne nascoste dietro il loro niqab nero, sedute su un divano d’albergo con gli occhi fissi sul display del telefonino, ma ho desistito perché quel velo mi è sembrata una barriera che non voleva essere infranta.

Se sia giusto o no che queste donne siano costrette a portare il velo mi pare ovvio, non è giusto. D’altra parte non è nemmeno giusto che, se vogliono farlo, sia loro impedito, ovunque si trovino. Però quell’uso smodato del cellulare, indotto dalle liturgie del consumismo, capace di superare anche i dogmi dell’integralismo religioso più becero, è giusto?Senza voler far morale quale dei due comportamenti è socialmente più grave?

Cairo, Ottobre 2009

Cairo, Ottobre 2009

Ma Cairo non è solo questo, è anche la carogna di un cane che giace sul bordo della strada facendo da didascalia alle vele colorate delle feluche che risalgono il Nilo sfruttando le brezze pomeridiane e… i cavalli del motore.

E’ anche migliaia di palazzi completati a metà (così si risparmia sulle tasse, mi è stato spiegato), con coperture approssimative zeppe di parabole dall’irrealistico colore rossastro della sabbia del deserto

Ed è anche la bottega di un vecchio artigiano che, come suo padre, confeziona piccoli oggetti d’argento da acquistare a buon mercato, non prima di aver trattato davanti ad una tazza di caffè , e poi portare con se per offrire come piccolo presente a chi si vuol bene.

Ma Cairo,  per chi come me ci ha trascorso solo 36 ore, è soprattutto caotica disponibilità verso il prossimo. Si, perché nel caos di veicoli lanciati a velocità irragionevole in improbabili traiettorie mischiate a carretti trainati da cavalli od asini, di suoni e di odori, si trova sempre chi volentieri presta aiuto allo spaesato, a tratti basito, straniero.

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