… e tiro la catena.

Non mi sento e non mi voglio sentire italiano in un’Italia come quella che appare nell’espressione di una classe politica vergognosa.

Di fronte ad una crisi gravissima con la disoccupazione che dilaga e la povertà (come altro si potrebbe chiamare lo stato di tante famiglie che non arrivano a fine mese?) che si allarga a macchia d’olio, che fa la nostra classe politica?

Discute di se stessa con baruffette, scherni e piagnistei degni di una asilo. Maggioranza ed opposizione non si troveranno mai ad affrontare responsabilmente le questioni essenziali, ma in modo del tutto bipartizan, gareggiano per lo sberleffo più divertente.

Vergognatevi! Avete le tasche piene e per questo vi permettete di giocare alle spalle e sulle spalle di chi vi paga. Già, non vi sfugga mai che chi vi paga non sono gli imprenditori che vi danno le tangenti, che vi regalano appartamenti o barche. Ma siamo noi, comuni cittadini, a mettere la pelle su cui vi state divertendo.

Alla maggioranza auguro di affogarsi nei liquami della fogna in cui ha trasformato le istituzioni e che grazie ad operazioni populiste di bassissima lega, sostenute da imponenti operazioni mediatiche, naturalmente fatte con soldi pubblici, continuano a consentirvi di governare. Ma, non confidate troppo sul futuro, state solo galleggiando su quei liquami in attesa che i coprofagi vi trasformino in utile humus. Fate parte dell’ineluttabile processo di trasformazione degli scarti organici.

All’opposizione non auguro nulla, non essendo necessario. Si è auto disattivata, disgregata ed annichilita nella ricerca di poter vincere delle elezioni cercando, ma senza saperlo fare, un dannoso consenso dai sondaggi. E se invece di sconfiggere gli avversari, provaste ad assumere un’identità? Non unitaria, tutt’altro. Un pluralismo di idee ed ideali nei quali i cittadini si possano finalmente riconoscere. Significherà perdere le elezioni per i prossimi vent’anni? Può darsi, ma meglio perdere con dignità, restando onestamente fedeli alle proprie idee, che vendersi per una poltrona.

Andate tutti a farvi riciclare!

Eleanor Roosvelt presenta la Dichiarazione

Eleanor Roosvelt presenta la Dichiarazione

Roba vecchia, risale al 1948, 10 dicembre per essere precisi. Quindi ormai appartenente alla storia, nel senso che appartiene al “fu”, ad un’azione che si è conclusa. Tant’è che l’Uomo moderno dimostra ogni giorno quanto egli sia oltre questi principi, quanto ormai sia anacronistico persino il solo ricordarsi che esiste, una tale dichiarazione.

Ma io sono nato vecchio, evidentemente, ed ogni tanto penso ai nostri nonni e, non so come mai (anzi lo so benissimo), li vedo come degli “illuminati”, paragonati a noi.

E’ come se, vivendo nel medio evo, fossi in grado di vedere il futuro, e vedessi l’uomo uscire dalle tenebre nel quale si trova per risorgere nella nuova epoca. Eppure sto guardando indietro. E guardando indietro, leggo:

“L’ASSEMBLEA GENERALE (dell’ONU, ndr)

proclama

la presente dichiarazione universale dei diritti umani come ideale comune da raggiungersi da tutti i popoli e da tutte le Nazioni, al fine che ogni individuo ed ogni organo della società, avendo costantemente presente questa Dichiarazione, si sforzi di promuovere, con l’insegnamento e l’educazione, il rispetto di questi diritti e di queste libertà e di garantirne, mediante misure progressive di carattere nazionale e internazionale, l’universale ed effettivo riconoscimento e rispetto tanto fra i popoli degli stessi Stati membri, quanto fra quelli dei territori sottoposti alla loro giurisdizione.”

Vorrei sottolineare le parti fondamentali di questo “proclama”, ma onestamente non saprei quali lasciar fuori, quindi non sottolineo nulla. Servono commenti?

Articolo 1

Tutti gli esseri umani nascono liberi ed eguali in dignità e diritti. Essi sono dotati di ragione e di coscienza e devono agire gli uni verso gli altri in spirito di fratellanza.

Articolo 2

Ad ogni individuo spettano tutti i diritti e tutte le libertà enunciate nella presente Dichiarazione, senza distinzione alcuna, per ragioni di razza, di colore, di sesso, di lingua, di religione, di opinione politica o di altro genere, di origine nazionale o sociale, di ricchezza, di nascita o di altra condizione. Nessuna distinzione sarà inoltre stabilita sulla base dello statuto politico, giuridico o internazionale del paese o del territorio cui una persona appartiene, sia indipendente, o sottoposto ad amministrazione fiduciaria o non autonomo, o soggetto a qualsiasi limitazione di sovranità.

Articolo 3

Ogni individuo ha diritto alla vita, alla libertà ed alla sicurezza della propria persona.

Articolo 4

Nessun individuo potrà essere tenuto in stato di schiavitù o di servitù; la schiavitù e la tratta degli schiavi saranno proibite sotto qualsiasi forma.

Articolo 5

Nessun individuo potrà essere sottoposto a tortura o a trattamento o a punizione crudeli, inumani o degradanti.”

Non continuo, anche se ne verrebbe la pena, ma voglio terminare riportando l’ultimo articolo:

Articolo 30

Nulla nella presente Dichiarazione può essere interpretato nel senso di implicare un diritto di un qualsiasi Stato, gruppo o persona di esercitare un’attività o di compiere un atto mirante alla distruzione di alcuno dei diritti e delle libertà in essa enunciati.”

Non vi viene in mente nulla di quanto accaduto in questi giorni, e nei giorni precedenti, e nei mesi e negli anni precedenti? Come si suol dire, trattasi di carta da culo. E non lo dico a caso. Che uso si può fare della nobile carta, oltre allo scontato uso dal quale ha ricavato il nome?

Io la utilizzo per assorbire il sangue delle piccole ferite che mi procuro radendomi o per tamponare l’epistassi quando mi capita di avercela.

E’ morbida ed assorbe bene. Ed altrettanto bene assorbe questa grandissima carta da culo che è la dichiarazione universale dei diritti dell’uomo e così, senza volerli far apparire più vittime di tanti altri popoli, ma neppure meno vittime di quanto lo siano in effetti, con essa, possiamo assorbire il sangue di chi vive a Gaza.

Potrei sembrare di parte, ma no, per l’amore del cielo. Sono italiano, e come italiano sono fiero che il mio governo abbia votato NO alla richiesta di un’indagine internazionale sull’attacco di Israele ad un altro paese sovrano (si, paese sovrano: una nave in acque internazionali ha la territorialità del suo paese d’origine). Per una legittima difesa preventiva, immagino. E sono fiero che il mio governo si sia affrettato a chiarire che Israele è uno stato democratico e che pertanto c’è tranquillità che un’inchiesta interna sia assolutamente credibile. E per tranquillizzare tutti, pare che il governo di Israele abbia intenzione di affidarla al grande puffo!

Il testo della dichiarazione è disponibile qui.

Un’ultima precisazione. Come ho già detto più volte, non sono antisemita. Sono allergico a qualunque religione in modo assolutamente imparziale. E nemmeno penso che ebrei ed israeliani siano la stessa cosa. Ciononostante, mi sento di essere vicino ai palestinesi e lontano dagli israeliani. Perché non trovo niente di peggio dello schierarsi coi più forti solo perché sono tali, o perché sono più simili a noi, o perché la loro cultura è più vicina alla nostra, o perché il loro modello di vita e di società coincide o quasi col nostro. Perché questo modo di vedere le cose, lontano dallo scegliere per ciò che è giusto, è razzismo nella sua essenza.

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che almeno dovrebbero farci riflettere sulle priorità della nostra stessa esistenza. Non di individui ma di esseri umani. Non di singolarità ma di specie umana.
Ed invece, per fortuna che ci sono le catastrofi, così i giornalisti hanno tanta materia prima sulla quale sviluppare storie strappalacrime, nelle quali la morte non è uguale, la morte assume peso e significato diverso se il morto ha qualche parente in Italia. Se le sue origini erano Italiane (anche se cittadino di Haiti) mentre se i parenti sono di un altro cittadino Italiano, ma originario di Haiti, viene da chiedersi: ma che cazzo ci fa in Italia uno di Haiti? Immgirati…
E menomale che ci sono le catastrofi, così si possono ripescare ex presidenti, riciclare politici, distrarre l’attenzione. Mala tempora currunt, così, prima delle navi di aiuti, arrivano sul posto quelle di turisti che, tornati a casa, potranno fieri sostenere: “io c’ero!”
E menomale che ci sono le catastrofi, così i marines possono prendere il controllo della città ed organizzare la caccia allo sciacallo, ovvero a chi senz’acqua e senza cibo cerca di sopravvivere come può, in attesa di quegli aiuti che arriveranno. Beninteso, dopo i turisti e dopo i marines.
E già, “la morte si sconta vivendo”, allora, per fortuna che ci sono le catastrofi.

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(Sittin'on) The dock of the bay

Tanatocenesi in kilombo

Oggi kilombo è composto  da due classi di blogger quelli “autoctoni” e quelli “alloctoni”, politicamente e socialmente parlando.

Cioè ci sono quelli che stanno in kilombo perchè vi appartengono, culturalmente e politicamente. Sono quelli che non hanno bisogno di leggere la carta per sapere cosa e come postare, che i valori della “sinistra”  li hanno nel DNA e quando pubblicano un post lo fanno per esprimere il loro pensiero sugli avvenimenti, politici e sociali, che hanno catturato il loro interesse, in senso positivo o negativo. Sono capaci di aspre critiche rivolte alle proposte politiche di una parte o agli atteggiamenti e comportamenti di qualche personaggio pubblico, sempre riferiti ad aspetti sociali, culturali e politici. Questi sono indubbiamente autoctoni.

Poi ci sono gli alloctoni, venuti dopo e venuti da altre parti. Hanno trovato in kilombo un posto dove poter esprimersi, dove potersi confrontare con altri. Anzi, più che confrontare con,  direi contrapporre ad. La carta non hanno bisogno di leggerla nemmeno loro: è talmente aliena al loro essere che, per quanto possano sforzarsi, non la capirebbero mai. Ma, come spesso accade, proprio chi non comprende una cosa si sente in dovere di criticarla, tentare di stravolgerla, ed, in ogni caso, interpretarla. Non sono molti, ma sanno gridare e quindi farsi sentire dagli altri. Anzi, lo scopo è lo stesso del cuculo: gridare forte, far uscire dal nido il proprietario e mentre questo cerca di capire chi è che urlava, piazzare un loro uovo. L’uovo della discordia. Sono mutevoli e mutanti, oggi assumono una forma domani un’altra, sono anche ubiqui riuscendo ad essere contemporaneamente presenti in varie forme ed a svolgere le funzioni dell’agregatore, postare, votare, da due parti nel mondo distanti migliaia di chilometri, una delle quali (scherzi del destino, data la mascherata) è la patria del carnevale.  Sono dei saprofiti: se kilombo si vuotasse di elementi autoctoni questi migrerebbero altrove, essendo venuta meno la loro naturale fonte di sostentamento. Il loro scopo è principalmente autoreferenziale, ovvero come appartenenti a kilombo [s]parlare di kilombo in modo da succhiarne ogni energia e poi trasferirsi in qualche altro ecosistema dove, consumata parte della risorsa accumulata, ripetere la loro esperienza.

Gli autoctoni sono di gran lunga la maggioranza, ma la capacità di assorbire energie degli alloctoni sono tali da farli sembrare il tipo più diffuso.

Entrambi fanno legittimamente parte di kilombo, ma questo dovrebbe fa riflettere sulla delicatezza di un sistema come questo, in modo da prevenire il proliferare di questi elementi alloctoni che, come molte specie ittiche “legittimamente” immesse in biotipi diversi da quelli da coi originano, ne alterano la natura fino a farli scomparire o trasformare in qualcos’altro.

Tanatologia sul padrone di kilombo

Immaginate kilombo come una vaschetta riempita di agar-agar, qualcuno quella vaschetta dovrà pur tenerla sullo scaffale, evitare che si impolveri, ecc. ecc. Non intendo il ricercatore che svolge un esperimento, intendo piuttosto, usando un termine discutibile, l’inserviente che si occupa delle cose attorno. Questo è, o meglio era, il padrone di kilombo. Avrebbe dovuto preoccuparsi della “logistica” non del contenuto della vaschetta. Ma il padrone è, o meglio era, anche uno di quelli che parteciparono all’avvio dell’esperimento, anzi, è quello che ha procurato la vaschetta e la gelatina. Così, di tanto in tanto, vedendo il proliferare di qualche muffa sulla sua gelatina, ha provveduto alla sua pulizia. A volte, Vincenzo Tiberio ed Alexander Fleming insegnano, le muffe sono buone a volte no. Ma la muffa, qualunque essa sia, giustamente si ritiene buona in ogni caso e cerca di ribellarsi alla pulizia. Anzi coglie quell’occasione per diffondersi.

E così, in un modo o nell’altro è rimasta appiccicata alla mani dell’inserviente-padrone. L’ha coperto fino a soffocarlo causandone il decesso. Perché, questo balza agli occhi, stiamo parlando di un cadavere.

Ora urge un intervento per evitare che la bacinella ed il suo prezioso, per quanto ammuffito, contenuto vada irrimediabilmente perso, seguendo le orme di altri esperimenti analoghi. I più informati citano uno in particolare: blogGoverno. Per esempio c’è da pagare l’affitto della bacinella che scade a gennaio. C’è da pulire un po’ di muffa. C’è da ristabilire il corretto rapporto tra elementi autoctoni ed alloctoni, anche perché, senza questi ultimi, comunque l’evoluzione sarebbe più lenta ma una concentrazione troppo alta avrebbe, come detto, il sopravvento sugli organismi autoctoni.

E’ necessario che un nuovo inserviente-padrone prenda il suo posto. Dal punto di vista dell’esperimento, la cosa migliore sarebbe che questo fosse uno di quelli che lo iniziarono, ma altrettanto bene andrebbe chiunque purché senza muffa, visto che il rigor mortis si manifesta proprio in presenza di queste muffe, impedendo l’apertura della mano che tiene il “modulo apposito”

… di gran lunga avrei preferito starmene seduto su un molo a perder tempo…

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Queste immagini le ho raccolte in Internet. Grazie a chi le ha scattate anche se non so chi siano.


I bambini di Gaza sono diversi.
I bambini di Gaza hanno occhi che non ridono.
Non piangono la notte per il buio
ne il giorno per la fame.
I bambini di Gaza non cercano, smarriti,
la loro mamma o il loro pap�.
Non hanno una casa dove vivere,
ne giocattoli per giocare.
I bambini di Gaza sono diversi:
hanno buchi nel petto, dormono nei sacchi
o sotto le macerie della loro casa.
I bambini di Gaza sono diversi:
sono morti.
Ed io verso lacrime per loro.

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